Viaggio nel Mondo del Extravergine, Regione Liguria


L’EXTRAVERGINE secondo FLOS OLEI

Marco Oreggia e Laura Marinelli

DI REGIONE IN REGIONE

Al secondo posto per volumi produttivi, l’Italia è, fra tutti i paesi mediterranei, la terra

olivicola per eccellenza: per tradizione della coltura, per radicamento della pianta sul

territorio e per qualità del prodotto finale. L’albero dell’olivo ricopre, da tempi remoti,

l’intera penisola e attualmente persino nelle aree più settentrionali sono in corso o si

stanno attivando ricerche e sperimentazioni mirate a reintrodurre questa coltivazione, così

viva nel passato. Le più fruttifere sono le regioni del meridione, dove l’olivicoltura è una

voce importante dell’economia agricola e una primaria fonte di reddito, seguite a lunga

distanza dal centro e dal settentrione. Ma il vero motivo della leadership italiana sta nella

ricchezza del parco varietale: più di 500 cultivar che danno origine a oli eccellenti e diversi

tra di loro, ognuno con le proprie caratteristiche che lo rendono unico e peculiare. Infatti è

la varietà dell’oliva la principale responsabile della differenza tra un olio e un altro, e non

la provenienza geografica dell’extravergine, come spesso si sente erroneamente dire, o

i fattori territoriali e climatici i quali incidono soltanto sulla maturazione del frutto e non

sulle sue caratteristiche. È dunque questa complessità, accompagnata dall’alta qualità, il

punto di forza dell’Italia. Una qualità a tutto campo: coltivazione, raccolta e trasformazione

si avvalgono infatti di tecnologie all’avanguardia, nel rispetto della materia prima e

dell’ambiente. A garanzia di questa varietà l’Italia vanta un ventaglio di 42 Dop attuate, cui si

aggiunge una Igp (Toscano). E il medagliere è destinato ad aumentare, con una Dop in attesa

del vaglio del MiPAAF.

Quello che proponiamo, allora, è un viaggio alla scoperta dell’olivicoltura nelle differenti

regioni e dei frutti straordinari che ne derivano.

L’OLIVICOLTURA IN LIGURIA

Secondo alcuni storici furono i Fenici a portare l’olivo nella zona di Nizza e di Imperia, ma è d’altro

canto documentata la presenza di piante del genere Olea sin dal 3000 a.C.: dato che sembrerebbe

contraddire quanto afferma lo storico greco Strabone, secondo il quale le tribù liguri si

approvvigionavano di olio ricavandolo da altre regioni. Un dato certo, invece, è che i Romani

dettero il decisivo impulso alla coltivazione dell’olivo, mentre il merito di aver saputo individuare le

caratteristiche di rusticità di questa pianta, la grande capacità di radicamento e l’adattabilità ai

terreni scoscesi a terrazza tipici della regione va ai monaci benedettini del convento di Taggia, nei

pressi di Imperia. Nella metà dell’Ottocento l’olivicoltura raggiunse la massima espansione, con una

superficie olivetata che ricopriva circa il 40% dell’area coltivabile. D’altronde la conformazione del

territorio e la posizione geografica fanno della Liguria una terra particolarmente adatta a questa

coltura: lunga e stretta, completamente bagnata dal mare, la regione si distende ad anfiteatro

all’interno di un’insenatura circondata dalle montagne che la riparano dai venti del nord. Il clima,

quasi primaverile anche in pieno inverno, non fa registrare mai temperature troppo basse: tanto che

qui crescono anche i fichi d’India. E l’olio ligure è sempre stato considerato pregiato, grazie a una

costanza qualitativa che non è mai venuta meno nel tempo: sia le cooperative olivicole che i frantoi

privati si sono dimostrati in buona parte all’altezza tanto nella riorganizzazione produttiva quanto

nell’ammodernamento degli impianti, con l’obiettivo di poter accedere alla certificazione di qualità.

Dal 1997 infatti esiste la Dop Riviera Ligure che comprende tutto il territorio regionale, grazie alle

tre menzioni geografiche: Riviera del Ponente Savonese, per il comprensorio di Savona; Riviera di

Levante, per le province di Genova e La Spezia; e Riviera dei Fiori, per la provincia di Imperia. In

Liguria gli oliveti sono letteralmente arrampicati sui crinali montuosi, con terrazzamenti strappati

alle rocce attraverso un lavoro durissimo e paziente. Nonostante queste difficoltà, negli ultimi anni

c’è stato un notevole incremento della coltivazione che svolge anche un’importante funzione

idrogeologica di contenimento dei versanti. Gli impianti più estesi si trovano nel Ponente ligure, nei

territori di Imperia e Savona, dove è diffusa la principale varietà della regione, la rinomata

taggiasca che prende il nome dall’abbazia benedettina di Taggia e da cui – caso unico nell’area

mediterranea – proviene la quasi totalità dell’olio prodotto nella zona. Accanto a questa cultivar

campione si trovano le autoctone lizona, morino, olivana e razzola, tipiche del Savonese, e la

colombaia e la pignola, diffusa nel comprensorio di Imperia. A Levante, nell’area di La Spezia dove

la produzione è meno cospicua, le cultivar più coltivate sono la lantesca e l’olivastrone; a Genova le

autoctone pignola e rossese. In tutto il territorio esistono poi altre cultivar minori come la

castelnovina, la cozanina, la fiandola, la finalina, la mattea, la negrera, la premice e la pietrasantina.

Nella campagna 2012-2013 la Liguria ha ricavato, dai 145 frantoi esistenti, 5.755,5 tonnellate di

olio, l’1,13% del totale nazionale, con un aumento del 49,49% rispetto all’annata precedente.

Marco Oreggia e Laura Marinelli

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