…PASSIONE PER LA CUCINA ED ALTRE CATASTROFI…


Secondo appuntamento con il CIM e nuovo argomento, stessa ironia. Oggi parliamo della parola “passione” in riferimento alla cucina.

Quanti di voi sentono parlare di una più o meno conclamata “passione per la cucina”?

Ecco alcune categorie che ho individuato nella consapevolezza esse diano solo un quadro incompleto e approssimativo della realtà.

Amici dichiaratamente invidiosi della nostra professione totalmente all’oscuro dell’incredibile lista di lati negativi che essa comporta.

Giovanotti e signorine in erba che spinti dalla presunta “passione” per la nobile arte del cucinare, si spingono verso istituti professionali dedicati.

Eletti di alcune famiglie scelti direttamente da Dio per cucinare anche se, vuoi il caso, fanno magari gli assicuratori da 35 anni.

E che dire sui partecipanti ai kitchen reality-show? Questi psicodrammi ben confezionati dei quali, alla fine, ti ricordi più facilmente del singolo gesto o comportamento piuttosto che di un piatto emozionante. Tutti mossi da grande “passione per la cucina”. GRANDE passione per la cucina, ripeto.

Poi ci sarebbe un’altra categoria che teoricamente potrebbe fregiarsi di questa caratteristica: “i cuochi” direte voi? “Ma no!!!” Rispondo io. I clienti dei ristoranti autoproclamatisi “gourmet” tanto da condire le proprie immancabili recensioni online con squisiti dettagli tecnici quando non letterari quali ad esempio:

“non all’altezza sicuramente la musica. Non in linea con quanto si punta a creare”

(ma lui/lei come fa a saperlo cosa si punta a creare? Poi sulla musica avrei piacere a sapere il livello di conoscenza ma glissiamo)

“com’è possibile che alcune persone dimentichino le buone maniere a tavola in un posto come questo”

(ok, sono d’accordo. Ma perché mi penalizzi a me ristoratore se uno usa il telefonino al tavolo?)

“si sono rifiutati educatamente di grigliarmi della coda di rospo”

(Non l’avevo in casa, cosa avrei dovuto fare? Dovevo andare a pescartela? Pescare la pescatrice è quasi un paradosso, non trovi, gentile conviviale?)

“panini piccoli, da nutella. Roba da avere ancora fame dopo”

Ma che significa? Il pane fatto in casa è offerto e sempre prodotto in grandi quantità e viene servito su richiesta senza limiti . Mi sembra una giornata storta da far pagare a qualcuno. Mah?

Ebbene: cos’hanno in comune tutte queste eterogenee persone? Semplice.

La passione per la cucina. La PASSIONE per la cucina, ripeto ancora.

Allora essendo (io) da sempre riconosciuto come un pignolo rompiscatole, mi avvarrò come di consuetudine, del dizionario “Treccani” che alla voce passione scrive:

passióne s. f. [dal lat. tardo passio -onis, der. di passus, part. pass. di pati «patire, soffrire»]. – In senso generico, e in rapporto al sign. fondamentale del verbo lat. pati (v. patire1), il termine passione si contrappone direttamente ad azione, e indica perciò la condizione di passività da parte del soggetto, che si trova sottoposto a un’azione o impressione esterna e ne subisce l’effetto sia nel fisico sia nell’animo.

 Da quanto riportato dal più autorevole dizionario italiano, la parola passione significa sostanzialmente “soffrire” sebbene l’accezione nel linguaggio comune sia di natura positiva: grossomodo avere una predisposizione e un totale trasporto per un qualcosa.

E in effetti quanta “sofferenza” serve per ottenere un risultato più o meno decente come ristoratori ?

Ore e ore di lavoro, nervosismo, ilarità, fatica, bruciature, tagli, irritazioni, divertimento, piacere, dolore, rinunce, litigi, gavettoni e perfino crisi coniugali, adulteri o divorzi!!! Questo si che è un reality: la vita vera.

Nessun regista televisivo, per quanto bravo e dotato di mezzi e di autori formidabili, potrà mai avvicinarsi a questi livelli.

Spesso (non sempre) chi sbandiera troppo una “passione” fondamentalmente la desidera senza possederla. Avere una o più passioni è un dono prezioso che ti fa il destino o forse il passato vissuto o il presente tortuoso. Molte persone al di fuori di questa professione sono condizionate da troppe finzioni o mistificazioni che nulla hanno a che vedere con tempistiche, grammature, food cost, stress reale, responsabilità, recensioni, H.A.C.C.P., standard qualitativi aziendali richiesti e così via.

Nessuno di noi chef di adesso o del futuro prossimo ne abbia a male o storca il naso, non siamo gli unici. Si pensi al commissario tecnico della nazionale dopo un assurdo pareggio contro la nazionale della Nuova Papua per esempio. Siamo tutti mister il giorno dopo oppure no?

Naturalmente mi diverto a giocherellare con le parole e credo di possedere il giusto livello di umiltà/buon senso per capire che ogni critica, perfino la più feroce e non motivata, possa comunque giovare a me stesso, al mio staff e al locale di conseguenza. In questa chiave di lettura non posso che imparare il mio mestiere anche dal tappezziere depresso o dall’avvocato affranto perché abbandonato dalla fidanzata trascurata.

Approfondire alcuni aspetti della nostra professione all’interno di un blog fatto, scritto e letto da e per professionisti credo sia superfluo; tuttavia ci sono alcune specifiche o promemoria se volete, che potrebbero e dovrebbero far parte sempre del nostro bagaglio.

La prima metterebbe a tacere con eleganza la categoria “amici invidiosi”.  Senza citare il significato letterario della parola “passione” intesa come “sofferenza”, basterebbe ricordare l’enorme differenza tra cucinare per diletto nei tempi e modi più congeniali e farlo sotto incredibile stress con tempistiche sempre più ridotte e quasi mai vicini all’idea di “ al 100% come vorrei”. Inutile spendere parole sui massacranti periodi festivi ai quali tutti partecipano attivamente (compresi i nostri amici) tranne gli impiegati del turismo per cui le giornate diventano supplizi. Sarebbe troppo facile e politically uncorrect.

Il secondo promemoria riguarda invece l’idea distorta e fuorviante che i reality show dedicati al nostro mondo danno della nostra professione. Nel relazionarci con i “profani” non dimentichiamo che è molto probabile che alcune loro idee, opinioni ed esperienze siano relazionate a ciò che hanno visto in TV. Passione vuol dire anche odio e amore ma non prescinde dalla continuità dei rituali ad essa riconducibili che non possono essere spremuti in un’ora di trasmissione.

La terza specifica riguarda l’età. Credo (ma naturalmente non è una regola matematica) che il più delle volte solo dopo diversi anni spesi tra quattro mura dei nostri laboratori possiamo effettivamente pensare di essere appassionati di ciò che si fa. La stessa pratica del lavoro mette in moto delle dinamiche che plasmano e modificano la percezione della realtà che ci circonda. Mestiere che entra, insomma.

CONCLUSIONE: quale che sia il valore che le persone danno a ciò che si fa in ambito lavorativo, credo vi sia una certa universalità nel pensare che l’amore per qualcosa (o qualcuno) non è da sbandierare su facebook o siti vari in elemosina di pollici alzati, ma anzi l’occasione per vivere in intimità le gioie e soprattutto i dolori che esso comporta: passione per l’appunto.  Non si celebra, ma si manifesta dentro e si vive nel proprio cuore.

Al termine della lettura di queste 1165 parole spero di lasciarvi qualche spunto di riflessione e di aver stuzzicato qualche nuova argomentazione parlando del mestiere che mi appassiona e mi lega a tutta quella serie di abitudini più o meno spiegabili che riguardano la ristorazione.

Come sempre mi congedo augurandovi il meglio dalla vita.

 

Andrea Mei

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Categorie:by Andrea Mei

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3 replies

  1. grazie mille per il supporto!!! mi fa piacere non essere l’unico a pensarlo 😉

  2. Andrea sei un grande. Sublime. Grazie.

    • Si, completamente d’accordo. Istruttiva poi anche la parola “passione” troppo sbandierata in giro non solo per la cucina ma anche in certe presentazioni di piccoli
      “ong” ngo in inglese….

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