Ma in fondo non siamo tutti ‘stranieri’?


Blog di Ezio Barbero

Vedo sul forum un piccolo ritorno di fiamma sull’annosa discussione a proposito dei cuochi ‘stranieri’ che ci porterebbero via I posti di lavoro. S’invocano leggi sull’immigrazione più stringenti, scordando che noi, italiani, siamo stati fra I primi ad invadere il mondo. Alla fine dell’ottocento la famiglia Florio, si quella del famoso Marsala, colmava navi di siciliani bisognosi e volenterosi, diretti verso l’America. E che dire dell’invasione della Germania, ricordate I ‘magliari’? Poi l’Australia e via discorrendo. Io stesso nel lontano “77 feci il mio primo esodo, Inghilterra, meta comune allora, a Manchester, Ristorante Via Veneto, un pioniere del ‘Fine Dining’, lo chef era però algerino e a parte poche sbavature, tipo il rosmarino nell’ Arrabbiata, devo dire che la nostra cucina era ben rappresentata. Quattro chef de partie, italiani, sotto di lui e io, commis di belle speranze, con le caviglie gonfie dai calcioni appena rimediati in stagione al Gusmay di Manacore, sul Gargano. Allora in Italia, uno stagionale fresco di scuola alberghiera, come me, guadagnava dalle 150 alle 200 mila lire al mese, più vitto, alloggio e treno pagato. In Inghilterra prendevo 35 sterline alla settimana più mance ed arrivavo spesso a 90 pound. A Manacore entravo in cucina con le prime luci dell’alba ancora sopite e ne uscivo con le stelle alte nel cielo, sette giorni su sette. A Manchester, oppure all’Holiday Inn di Birmingham, dove l’outlet chef era inglese, giusto per equiparare due strutture simili, lavoravo al massimo dieci ore al giorno, 5 giorni alla settimana. Entrambe le cucine, ‘anglosassoni’, erano organizzate molto meglio della correlata italica, dove, a parte un collega giapponese super professionale, regnava il caos costituzionale, al limite dell’anarchia.

DSC_0619BAl mio ritorno in Italia trovai decine di egiziani alle prese con la nostra beneamata Pizza, rimpiazzando, di fatto, I classici partenopei, fino ad allora indiscussi padroni dell’ articolo. I marocchini e i tunisini, si appropriavano delle plonge e piano, piano noi ci si illuse di approdare a lavori piu edificanti e meglio remunerati, lasciando agli immigrati I lavori più umili. In realtà perdevamo terreno e occasioni. Cosi si migrava a nostra volta. Le mete più gettonate allora, erano le crociere, Love Boat, alias Pacific Princess, la più popolare. Personalmente non ebbi mai l’impressione di essere disprezzato dai nativi I quali, anzi, la pensavo esattamente come noi, gli italiani vengono qui a fare I cuochi, camerieri, minatori o gli operai nell’industria automobilistica, who cares? Dopo una quindicina d’anni in un Italia vessata dalla burocrazia asfissiante, da clienti sempre piu esigenti, ma poco propensi a pagare per la qualità, sto parlando dell’avvento degli ‘Hard Discount’ e I vari fast food, decisi di rispolverare la valigia e salpai verso l’oriente; Singapore. Li feci una discreta carriera, per farla breve arrivai a gestire 5 outlet, dei quali due italiani, contando fino ad un centinaio di dipendenti. Fra I vari, ovviamente, singaporiani, ebbi l’onore, o l’onere, di dirigere personale cinese, malese, singalese, indiano, indonesiano, filippino, francese, marocchino ed, inevitabilmente, italiano. Uso l’avverbio inevitabilmente, perché alla luce del sole di come andarono molti di questi rapporti, ne avrei di gran lunga fatto a meno. Un po’ di esempi? Il primo a deludermi ‘invento’ una nuova ricetta per gli gnocchi, in pratica prendeva l’impasto della pizza, lo tagliava e modellava a tubo e porzionava a misura di gnocco. Poi li buttava in acqua e se li scordava la finche’ esasperati da tanto bollore, si gonfiavano e venivano a galla. Un altro sparì, non prima di aver preso lo stipendio, mentre mi trovavo in Italia in vacanza, in teoria doveva fare le mie veci in mia assenza. Vi risparmio le altre vicissitudini per riportarmi al nocciolo della questione, nel “96 incontrai un ragazzo singalese, allora appena diciottenne, impiegato come lavapiatti nel ristorante in cui lavoravo, pieno di energia e voglia d’imparare. Cominciò pelando patate e pulendo totani, imparò l’arte dell’aprire la pizza in fretta e bene e, anno dopo anno, arrivò all’incarico di outlet chef. Certo, culinariamente ha dei limiti, quando esce da ciò che gli ho insegnato crea ricette ‘asianeggianti’, però la cucina classica la fa con accuratezza senza scorciatoie e, non solo, ma non si tira mai indietro quando c’è da imparare cose nuove, o da lavorare duro. Ora penserete che forse lo incenso perché’ oltretutto costa meno di un italiano, sbagliato, ad un certo punto della sua carriera lo remuneravo come e, forse più, dei suoi colleghi di madre lingua italiana. Non catapultatevi a Colombo a cercare personale, certo c’è il bravo e il pessimo ovunque anche se, su sei italiani con cui ho lavorato ne scarterei 5 e su 6 singalesi con cui ho lavorato, ne scarterei uno!

Meditate gente, meditate.

Abbrazz



Categorie:By Ezio Barbero

Tag:, , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: