GALATEO DEL TÈ


GALATEO DEL  TÈ

 

Un po’ di storia

Il tè è l’infuso che si ricava dalle foglie della Camellia Thezfera o Thea sinensis, una pianta originaria dell’Indocina e della Birmania. Allo stato selvatico può raggiungere un’altezza ragguardevole, mentre gli arbusti coltivati vanno da 0,50 a 1,50 metri; la sua coltivazione è estesissima in India, a Ceylon, in Cina, nelle isole malesi ecc.

Secondo la leggenda, dobbiamo la scoperta del tè ad un monaco buddista indiano, di nome Dharma. Egli aveva fatto il voto di non dormire per meglio consacrarsi alla meditazione, ma un  giorno, sulla strada, non poté resistere al sonno. Al suo risveglio, preso dai rimorsi, si strappò le palpebre e le sotterrò per non dormire mai più.

Alcune settimane dopo, in quello stesso punto spuntò un albero. Il monaco ne assaggiò qualche foglia e si accorse che questa pianta sconosciuta aiutava a lottare contro la stanchezza.
Il tè comparve in Giappone nel VIII secolo, grazie al pellegrinaggio dei monaci buddisti; in Europa invece fu introdotta solo nel XVI secolo da marinai portoghesi.
In Oriente la pianta del tè, ed era ben nota fin dall’antichità nella botanica e nella medicina. Si attribuivano infatti a questa pianta importanti proprietà terapeutiche, quali quella di offrire sollievo alla fatica, allietare l’animo, rafforzare la volontà, e guarire problemi di vista. In ambito religioso le foglie di questa pianta venivano considerate tra l’altro un ingrediente fondamentale di quell’elisir di lunga vita invano vagheggiato dai monaci taoisti.

Essi inoltre attribuirono agli infusi preparati con le foglie di tè anche la proprietà di favorire la concentrazione ed infatti se ne servivano durante le lunghe ore di meditazione per combattere la sonnolenza.

Caratteristiche
Come per il caffè anche le varietà più pregiate del tè crescono in collina a 600 metri d’altitudine e il migliore è quello che si ottiene dalle prime foglioline che sbocciano sulla cima dei rami, il Pekoe Flowery. Poi viene l’Orange Pekoe, costituito dalle seconde foglie, seguono il Souchong I ,il Souchong II e infine il Congou-tè.

Una tipologia a parte è il cosiddetto Tè verde: le foglie non vengono fatte fermentare e conservano il loro colore verde, producendo un infuso chiaro e profumato.
Il tè non contiene calorie e quindi è adattissimo per chi ha problemi di peso anche perché diminuisce la sensazione di fame, ha un’azione leggermente eccitante sul sistema nervoso, aumenta la pressione sanguigna, aiuta la digestione, è diuretico ed astringente e infine aiuta la memoria. E’ forse è per tutte queste proprietà che i marinai portoghesi che, come abbiamo visto, furono i primi importatori di tè in Europa, all’inizio lo utilizzarono soltanto come medicinale.
La grande diffusione del tè avvenne invece a Londra ad opera di Thomas Twinings che nel 1706 vi aprì la “Tom’s Coffe House”, la Caffetteria di Tom, e per differenziarsi dalle altre caffetterie, allora molto in voga, offriva il tè come bevanda alternativa al caffè.

 

Per fare un buon tè
Il tè va conservato nei contenitori di metallo, oppure in barattoli di vetro scuro o di porcellana ben  chiusi ermeticamente, perché se prende luce si può avariare.
Per ottenere una buona bevanda il tè dovrà essere di ottima qualità e preparato con tutti i crismi, e per questo, oltre ad un buon tè, occorre una buona acqua, possibilmente senza calcare (se non l’abbiamo conviene eliminare il calcare facendola bollire più a lungo e versandola delicatamente, in modo che il calcare rimanga sul fondo del tegame); se poi l’acqua dell’acquedotto contiene cloro, è opportuno usare quella minerale non gassata.

Fondamentale è adoperare la teiera giusta: la classica teiera d’argento, nonostante sia così bella, non è adatta; infatti per avere un buon tè la teiera non deve essere di metallo.

La terracotta è ottima perché più porosa e trattiene meglio gli aromi; la porcellana è indicata per i tè più delicati ed è più facile da pulire. Belle anche le teiere in ghisa giapponese che però servono solo per bollire l’acqua.

Del servizio “buono” si potrà adoperare invece la zuccheriera, i cucchiaini e naturalmente il vassoio.
La teiera va preventivamente scaldata con un po’ d’acqua bollente (meglio se con l’aggiunta di un pizzico di tè) che poi si eliminerà. Si procede quindi mettendo nel recipiente un cucchiaino di tè per ogni tazza, più uno per la teiera (il tè grazie ai vapori e al calore della teiera svilupperà l’aroma); quindi si aggiunge l’acqua, che sarà al punto di ebollizione; si copre la teiera e dopo 3 o 4 minuti di infusione il tè è pronto.

Gli inglesi versano nella tazza,  un paio di cucchiaini di latte prima del tè, mentre i francesi (e anche la maggior parte degli italiani) vi aggiungono una fetta di limone che schiarirà leggermente la bevanda. Per lo zucchero le preferenze sono del tutto personali, ma i tè molto aromatici andrebbero bevuti amari. Se capita di tardare a versarlo, il tè diventa troppo forte ed è necessario aggiungere acqua bollente per allungarlo a piacere.

Alcuni, per snellire la preparazione, adoperano i sacchetti-filtro, indubbiamente molto comodi e pratici, ma che danno una bevanda meno fragrante di quella che si ottiene con il tè in foglie, e tolgono poesia alla cerimonia: quindi andranno usati per un tè alla buona.

La teiera che, come abbiamo visto dovrà essere di porcellana, ceramica o di materiale poroso come il coccio, non va mai lavata con detersivi, ma solo con acqua e lasciata asciugare spontaneamente. Così facendo sulle pareti si formerà uno strato marrone di tannino che non andrà assolutamente tolto perché con il suo aroma esalta la fragranza del tè.
L’ora classica per offrire un tè è fra le cinque e le cinque e mezza; il tè viene offerto in salotto e la padrona di casa dovrà preparare un carrello ricoperto con una bella tovaglietta e sopra la teiera, la zuccheriera, la lattiera, il piattino con le fette di limone e naturalmente piattini e posatine da dolci e i tovaglioli.
La  padrona di casa servirà uno per uno gli ospiti, iniziando naturalmente da quelli di maggior riguardo, riempiendo la tazza (mai fino all’orlo) e offrendo  limone o latte e zucchero a piacere,
oltre naturalmente a pasticcini, o una torta o anche crostini salati.

L’invito ad un tè normale può essere fatto a voce, per telefono o anche con un semplice biglietto scritto a mano, mentre per un tè impegnativo è necessario un biglietto da visita sul quale la padrona di casa aggiungerà alcune righe, per comunicare l’invito, il giorno e l’ora.

La cerimonia Giapponese

A differenza dell’Occidente, dove si sorseggia un tè per concedersi un break e chiacchierare di affari, politica e sport, in Oriente le case da tè sono spesso  immerse nel verde, fuori dai centri abitati e costruite secondo il metodo del Feng-Shui.

La popolarità del tè è universale, ma in nessun altro posto al mondo esso ha fornito un apporto così sostanziale alla cultura come in Giappone. Qui l’atto di preparare e bere il tè ha acquisito un significato estetico. La cerimonia del tè è un rito e la casa da tè è come se fosse un tempio.

Un po’ di storia

Il tè giunse in Giappone per la prima volta intorno al VIII secolo, ma la maggiore diffusione si ebbe nel XIII sec., in seguito allo sviluppo della dottrina Zen, una forma di buddismo contemplativo derivata anch’essa dalla Cina.

Secondo la tradizione era stato il monaco buddista Eisai (1141-1215) di ritorno dalla Cina, dove aveva trascorso un periodo per studiare lo Zen, a  portare con sé i semi di quella pianta magica che aveva iniziato a coltivare nel giardino del monastero. Come i Cinesi, egli era convinto delle svariate proprietà officinali della pianta. Il tè quindi si diffuse, sia fra gli ospiti del monastero che fra gli stessi monaci. Di qui nacque il culto del tè, il Chanoyu (letteralmente “acqua per il tè”) che, avvicinandosi sempre più all’arte, cominciò a distaccarsi dall’ambiente esclusivamente monastico.
La cerimonia del tè venne dunque a rappresentare il nesso tra la vita e l’arte, tra il sacro e il profano. Essa è essenzialmente “il culto fondato sull’adorazione del bello tra i fatti sordidi dell’esistenza; è l’adorazione dell’imperfetto, in quanto è un vago tentativo di realizzare qualcosa di possibile in questa cosa impossibile che è la vita”.

Le connessioni del tè con il buddismo, soprattutto con lo Zen, sono molteplici e non è un caso che siano stati i monaci i primi ad interessarsi attivamente a questa bevanda. Il tè infatti, con il suo tipico gusto lievemente amarognolo che rasserena e chiarifica, ben si adattava allo spirito austero della vita monastica.
Il Chanoyu si diffuse a partire dal XV secolo, grazie ad altri monaci zen che lo adattarono ai gusti      giapponesi e progressivamente fecero di esso una forma artistica.

Il tè che si usa nella cerimonia non è il comune tè in foglie, ma un tè dal caratteristico colore verde brillante, finemente polverizzato che  viene disciolto in acqua calda con un frullino di bambù. Ne risulta una bevanda densa, leggermente spumosa, dal caratteristico sapore amarognolo assai diverso da quello del tè comune. Uno scrittore cinese lo ha infatti poeticamente definito “spuma di giada liquida”.

La cerimonia del tè ha due aspetti distinti
– Koicha, con un tè denso, proprio di una cerimonia solenne
– Usucha, con un tè leggero,per una cerimonia più breve

La cerimonia andrebbe svolta in uno spazio apposito, ma per la scarsità di spazi, sono ormai poche le case che dispongono di una sala da te, che una volta era abbastanza frequente, almeno nelle case di persone di prestigio.

Questa sala, per dimensioni e semplicità, è spesso contrastante  con il resto della casa. In essa si cerca di  creare un’idea di raccoglimento e di semplicità. Si differenzia da un soggiorno perché è chiusa su tutti e quattro i lati, rappresentando uno spazio isolato e recluso molto suggestivo. La luce vi filtra poco e l’unico elemento decorativo è dato dal tokonoma (sorta di pannello decorativo verticale) che può ospitare un dipinto importante o una composizione floreale. La spoglia eleganza di questo locale, basata solo sulle gradazioni del buio, permette all’animo umano di liberarsi dai legami della vita mondana, librandosi verso più alti valori spirituali.

La cerimonia quindi si svolge spesso in una casa da tè, generalmente una specie di piccola capanna di gusto rustico. Gli ospiti vi entrano lentamente e occupano una stuoia (tatami) sedendosi in posizione seiza, sui talloni con il busto eretto. Prima di bere il tè, ci si ferma ad ammirare il kakejiku, una pittura o scritta su carta appesa alla parete, l’ikebana, una composizione floreale, e le ceramiche messe ben in vista nella casa.

Il rito completo richiede molte ore, perciò è riservata alle occasioni speciali, mentre di solito ci si limita all’Usucha. Un elaborato codice di etichetta regola tutte le fasi della cerimonia a partire dal numero di giorni di anticipo con cui si estende un invito (generalmente non più di cinque).

L’Usucha e il Koicha rappresentano visivamente due momenti distinti della cerimonia e il loro rituale  è diverso.

Il Koicha prevede l’uso di un’unica tazza da cui ogni ospite beve solo pochi sorsi. Il protocollo prevede che prima di portare la tazza alle labbra l’ammiri e, dopo aver assaggiato il tè si complimenti per il sapore e poi beva ancora un paio di sorsi prima di passare la tazza all’ospite vicino, avendo accuratamente asciugato con un tovagliolo la parte da cui ha bevuto. Finito il giro è possibile che l’ospite più importante chieda di ammirare nuovamente la tazza per apprezzarne la qualità.

Nel caso dell’Usucha invece ogni ospite beve tutta la tazza di tè, poi con le dita asciuga il bordo, si asciuga le mani con un tovagliolo e restituisce la tazza al padrone di casa che la lava con acqua calda e, dopo averla asciugata, la riempie di nuovo e  serve un altro ospite, presentando la parte più bella. L’ospite a sua volta avrà cura di girarla in modo da non bere dalla parte migliore.

Ogni singolo movimento della cerimonia del tè ha una sua importanza particolare. Anche gli oggetti utilizzati nella cerimonia devono essere scelti con la massima cura.

La cerimonia deve svolgersi in silenzio. E nel silenzio si possono percepire i raggi del sole che filtrano dalle finestre, in autunno ci si accorge delle foglie che cadono nel giardino, si sente bollire l’acqua per il tè. In questo modo, si dimentica il mondo esterno, si medita silenziosamente e si sperimenta una profonda calma interiore.

Come si svolge la cerimonia del tè
All’inizio della cerimonia, il maestro prepara il tè, mettendo nella ciotola o tazza del matcha, la polvere di tè verde, sopra cui viene versata acqua calda (l’ideale è a 60°) con l’hishaku – una specie di mestolo – ; si mescola quindi con il – chasen – frullino per agitare il tè – fino a formare una bevanda spumosa di color verde chiaro.

Come si beve il tè
Il tè va servito in apposite ciotole (chawan), come quelle in ceramica raku, che nella loro semplicità e rusticità ispirano serenità: non sono perfettamente rotonde e il bordo superiore non è liscio, ma ondulato, per offrire una sensazione piacevole quando viene portato alle labbra.

Allorché la ciotola viene offerta, va presa con la mano destra e appoggiata lentamente sul palmo della mano sinistra, tenendola davanti a sé. Si fanno, quindi, due inchini per esprimere riconoscenza e gratitudine: uno nei confronti del maestro e uno per il Buddha.

Prima di bere, si prende la ciotola con la mano destra e la si gira verso sinistra, in senso antiorario, finché la parte esterna più bella della ciotola è verso l’esterno. A questo punto si sorseggia il tè, facendo percepire il suono del tè che viene sorbito.

Si pulisce, quindi, la parte su cui si sono appoggiate le labbra con il pollice e l’indice della mano destra. Si gira, quindi, ancora una volta la ciotola verso sinistra, in modo da poter ammirare il lato più bello e si appoggia davanti a se stesso.

Gianluigi Pagano ( da “Il Galateo del Terzo millennio”)

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Categorie:By Gianluigi Pagano

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