INFORMAZIONE: MANEGGIARE CON CURA


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INFORMAZIONE: MANEGGIARE CON CURA

In questi giorni è esploso il cosiddetto scandalo delle carni equine. A ben vedere si tratta solo di una modesta truffa commerciale, giacché la carne equina non è affatto inferiore a quella bovina, anzi per molti versi è superiore dal punto di vista nutrizionale. Un allarmismo quindi del tutto ingiustificato, dovuto più che altro ad una scorretta o truffaldina informazione al consumatore.

Ma il povero consumatore che cosa sa in realtà della pericolosità dei coloranti ed additivi, permessi, ma mascherati sotto sigle indecifrabili per non farne capire la presenza, o, peggio ancora dei grassi idrogenati, che contengano una discreta quantità di grassi trans, che alzano i livelli di colesterolo cattivo e abbassano quelli del colesterolo buono, tanto che negli USA dal 2006 è obbligatorio inserire sull’etichetta la quantità di grassi trans.

Quindi è chiaro che in questo caso la clamorosa diffusione della notizia era dovuta, non tanto al desiderio di tutelare il consumatore, nel qual caso si sarebbero potuti svelare ben altri scandali, ma semplicemente a “far notizia” a qualsiasi costo (e non dimentichiamo che i giornali sopravvivono solo se riescono sempre ad attirare l’attenzione dei lettori).

Ma quest’uso spregiudicato dell’informazione quanto è costato?

Mi riferisco innanzi tutto alle Aziende poste all’indice solo per aver acquistato materie prime fidandosi della dichiarazione dei fornitori e che per questo hanno subito enormi danni senza averne nessuna colpa.

Mi chiedo anche: tutti questi prodotti sequestrati da zelanti custodi della salute pubblica non potevano essere semplicemente nuovamente etichettati con l’indicazione della presenza di carne di cavallo? E quei prodotti ritirati dal mercato con grande clamore non potevano essere dati in beneficenza?

Il massimo dell’uso disinvolto dell’informazione si è avuto in un servizio di un telegiornale che, dopo la “doverosa” notizia del ritrovamento di carni di cavallo nel ragù alla bolognese, ha trasmesso un servizio sull’ippodromo di Agnano, spiegando che lo sport ippico è in crisi e perciò molti cavalli dopati vanno al macello anche se sarebbe proibito. Ovviamente tutti gli ascoltatori hanno dato per scontato che tale carne “dopata” fosse finita nel famigerato ragù alla bolognese.

Ora mi sembra che sia innanzi tutto allarmante l’equazione “cavalli usati per agonismo=cavalli dopati”: se è così bisognerebbe in ogni caso reprimere questo fenomeno, indipendentemente dal ragù alla bolognese, perché sarebbe dannoso per il consumatore; poi mi sembra che il sottinteso: “questi cavalli potrebbero essere finiti in quel ragù” necessiti di una verifica: se è così interveniamo pesantemente, altrimenti evitiamo di allarmare inutilmente il consumatore con notizie esagerate.

Dell’uso disinvolto dell’informazione credo che qualcuno dovrebbe rispondere: dai magistrati e i poliziotti che si lasciano “distrattamente” sfuggire qualche informazione, ai giornalisti e gli editori, che usano queste informazioni per montare gli scoop.

Piuttosto che una legge che preveda il carcere per i giornalisti (ricordate il caso Sallusti, di cui nessuno più parla perché “non fa più notizia”, anche se è stato risolto solo a livello personale, alla “volemose bene”, non in via di principio) penso sarebbe opportuno un più attento uso del principio del rimborso dei danni procurati propalando notizie esagerate od addirittura false.

Non è, infatti, propalando allarmi immotivati che si difende il consumatore, tanto più se quest’azione, come danni collaterali, causa ingenti perdite ad Aziende che, fino a prova contraria, possono essere assolutamente all’oscuro di quanto involontariamente provocato, ma che si ritrovano comunque a subire perdite di fatturato e soprattutto danni all’immagine, che nessuno si sente in obbligo di rimborsare, neppure con una successiva informazione di uguale impatto rispetto a quella scandalistica.

Gianluigi Pagano

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