LA CHINA


 

LA  CHINA

 

“Oggigiorno tutto è una lusinga / dura minga, dura no / vive solo chi non se la prende / e cantare sempre può. / Fino dai tempi dei garibaldini / China Martini, China Martini / niente bevande, ma nei bicchierini / China Martini / come ai tempi di oggidì!”. Scusate l’attacco smaccatamente pubblicitario, ma quando ci vuole ci vuole. Il jingle a due voci di Ernesto Calindri (quello del logorio della vita moderna, per intenderci) e del grande caratterista Franco Volpi è stato uno dei maggiori tormentoni commerciali della prima televisione in bianco e nero, e non poteva non venirci in mente nel momento in cui ci accingiamo a scrivere di un prodotto della più genuina tradizione liquoristica italiana: la china, appunto.

Con il nome generico di china si indicano alcune specie di piante arboree originarie delle Ande, la cui corteccia può essere utilizzata per la preparazione di estratti, bevande ed elisir oppure, a fini farmacologici, per l’estrazione degli oltre 30 alcaloidi che in essa sono stati isolati. Se ne accorse per prima Ana de Osorio, contessa di Chincon e moglie del viceré del Perù, che scoprì su se stessa le virtù terapeutiche della corteccia di china: la nobildonna guarì dalle febbri malariche di cui soffriva e decise nel 1639 di far importare in Europa la preziosa sostanza di origine vegetale.

Grande estimatore della china fu anche il padre nobile della gastronomia italiana, Pellegrino Artusi, che nel suo classico La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene del 1891, quasi al termine del capitolo dedicato ai liquori, incluse l’elisir di china commentandolo con queste parole: “Non tutte le ricette che io provo le espongo al pubblico: molte ne scarto perocché non mi sembrano meritevoli; ma questo elisir che mi ha soddisfatto molto, ve lo descrivo.” Ed ecco, subito dopo, un elenco di ingredienti divenuto ormai tradizionale: china peruviana, corteccia secca di arancio amaro, spirito di vino, acqua, zucchero bianco.

Mentre Artusi componeva il suo capolavoro, i mercanti olandesi – che ne detennero il monopolio sino alla seconda guerra mondiale – provvidero a diffondere la coltivazione della china in molte regioni del mondo, come le Indie, Ceylon e Giava, fino ad estenderla anche all’Africa Centrale e al Caucaso. Con il crescere della sua diffusione, la corteccia aromatica e medicamentosa della china venne sempre più impiegata nella preparazione di un’innumerevole quantità di liquori e aperitivi. In Francia, ad esempio, si affermarono marche molto note come Ambassadeur, Byrrh, Dubonnet, Saint – Raphaël. Nel nostro Paese, oltre alla già ricordata China Martini, si imposero la China Massagli, il Ferrochina Bisleri e un gran numero di infusi a distribuzione regionale, in particolare in Emilia, in Toscana e in Campania. Per non parlare del vermouth chinato, eccellente aperitivo, e del barolo chinato, recentemente tornato alla ribalta come accompagnamento ideale per il cioccolato.

La preparazione di un liquore a base di china prevede la macerazione in alcool puro, o in soluzione idroalcolica, della corteccia polverizzata della pianta, con l’aggiunta della scorza di arancia amara –   e di eventuali altre erbe officinali e spezie, che talvolta vengono incluse nella ricetta. Dopo un adeguato riposo, il liquido ottenuto viene filtrato, poi addizionato con zucchero o sciroppo di zucchero; il tutto viene quindi messo a maturare. A maturazione conclusa, previa aggiunta di acqua demineralizzata fino al raggiungimento della gradazione alcolica voluta, il liquore può considerarsi pronto. Le sue caratteristiche organolettiche salienti sono il colore bruno, il bouquet armonico di profumi vegetali, in cui nessuno prevale sull’altro, e il gusto tipicamente e gradevolmente amaro.

I liquori e gli elisir che contengono china possono essere apprezzati lisci, a fine pasto, come digestivi. Oppure possono essere addizionati di acqua calda, zucchero e scorza di limone per creare una rinvigorente bevanda invernale. D’estate, per un piacere invece rinfrescante, possono essere serviti con abbondanti cubetti di ghiaccio. Infine sono una base originale nella preparazione di alcuni cocktail, uniti ad esempio al rabarbaro o al bitter.

Per concludere una curiosità: molti prodotti alcolici a base di china, soprattutto quelli artigianali a diffusione più locale, sono ancora venduti al pubblico nelle stesse farmacie nelle quali è stata messa a punto la loro prima formulazione.

Piero Valdiserra

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