IL MADEIRA


 

IL  MADEIRA

 

Madeira, Porto Santo, Desertas e Selvagens, oltre 600 chilometri al largo della costa atlantica del Marocco, fanno parte di un gruppo di isole vulcaniche che già gli antichi conoscevano come Isole Incantate. L’isola più vasta di questo piccolo arcipelago è Madeira, ancor oggi scoscesa come un iceberg e verde come uno smeraldo. Si narra che i Portoghesi, quando sbarcarono nel 1420 nell’isola maggiore, si trovarono di fronte a una foresta talmente impraticabile da doverla distruggere col fuoco; a ricordo di quell’incontro così singolare vollero chiamarla Madeira, cioè “isola del legno”.

I primi coloni lusitani presero a piantar subito vitigni di provenienza europea, e si accorsero ben presto che il suolo vulcanico ricco di minerali e l’incredibile dolcezza del clima consentivano di ottenere vendemmie di ottima qualità. Nella prima metà del Settecento le molte guerre fra gli stati europei fecero languire i commerci di Madeira; i coltivatori e i commercianti locali dovettero stoccare il vino, e per mantenerlo distillarono parte dello stesso producendo del brandy, che addizionarono poi al vino per conservarlo. Quando i commerci ripresero, questo vino molto più forte e completamente diverso rispetto al precedente ebbe la fortuna di incontrare il gusto dei consumatori, e fu venduto con grande successo.

Sempre nel XVIII secolo si scoprì che il vino trasportato in fusti verso le colonie americane beneficiava sia del clima caldo sia del rollio delle navi. Per ottenere un vino migliore si  imbarcavano i fusti, li si trasportava fino alle Indie Occidentali e poi li si riportava a Madeira. Questo sistema era però molto dispendioso, perché oltre al calo fisiologico causato dall’evaporazione c’erano anche gli assaggi dell’equipaggio che riducevano drasticamente il quantitativo imbarcato. Gli spedizionieri inventarono allora una specie di viaggio virtuale: crearono cioè dei magazzini riscaldati con ricircolo di acqua calda, in cui i fusti venivano agitati molto spesso. Tali magazzini vennero chiamati estufas.

Nell’Ottocento due flagelli si abbatterono con effetti disastrosi sulle produzioni viticole di Madeira: l’oidio e la fillossera. A seguito della distruzione quasi totale dei vigneti, i nuovi impianti vennero effettuati pressoché ovunque con una varietà di uve estranea all’isola (Tinta Negra Mole), mentre le uve storiche (Malvasia, Terrantez, Bastardo, Moscatel, Verdelho, Bual) si ridussero nel complesso a un misero 10%.

Oggi a Madeira le viti sono coltivate a terrazze, e il paesaggio agrario dell’isola ricorda per questo i pendii della valle portoghese del Douro, sui quali si ottengono le celebri uve per il Porto. Dopo la vendemmia il mosto viene fatto fermentare; la fermentazione viene poi bloccata con l’aggiunta a più riprese di acquavite a 96 gradi alcolici. Il vino Madeira viene quindi riscaldato mediante le tradizionali estufas per un periodo di 3 – 6 mesi, a una temperatura media sui 45 gradi centigradi (è l’unico vino al mondo a essere “cotto” in forno!): ne risulta un prodotto finito con una forte, gradevolissima nota di caramello. Per l’invecchiamento susseguente, abbandonato il vecchio metodo solera, si utilizzano le tipiche botti allungate da 600 litri (pipas), che vengono collocate in appositi locali al caldo.

Il Madeira dei nostri giorni può essere classificato in tre grandi famiglie:

  • Quello ottenuto da uva Tinta Negra Mole, invecchiato almeno tre anni;
  • Quello ottenuto dai vitigni storici (Sercial, Verdelho, Bual, Malmsey), più o meno secco, considerato nobile e pregiato e invecchiato fino a 10 – 15 anni;
  • Quello contraddistinto in etichetta dalle diciture “Vintage” o “Colheita”: il top, invecchiato in botti di rovere per periodi molto lunghi che possono arrivare anche a 60 anni e oltre.

Come si consumano i vini di Madeira? I prodotti più giovani non hanno bisogno di essere ossigenati prima del servizio, e si accompagnano a dolci preferibilmente secchi o a un buon sigaro. I “Vintage” e i “Colheita” devono essere trasferiti in caraffa con molta delicatezza, e lasciati poi “respirare” per alcune ore. Un’ultima avvertenza: le bottiglie aperte e non totalmente consumate possono durare in buone condizioni anche per alcuni mesi, purché si abbia l’accortezza di travasarne il contenuto in un recipiente più piccolo, al fine di limitare il più possibile il contatto con l’aria.

Piero Valdiserra

 

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