Il Vino non è un prodotto naturale


Il Vino non è un prodotto naturale

Caviamocelo dalla testa una volta per tutte: naturale è l’uva, e se la schiacciamo, naturalmente nasce dell’aceto, non il vino.

 

Il vino è invece opera dell’arte, che nasce ovviamente da un prodotto naturale che è l’uva (e solo da quella, vogliamo sperare!) ma che riflette l’opera creatrice dell’uomo. Abbiamo parlato di arte, anche se la metafora è un po’ riduttiva, ma sostanzialmente è esatta.

 

Come per un quadro o una poesia posso dire che non mi piace, pur riconoscendone il valore artistico, così anche per il vino posso dire “non mi piace” e questo giudizio è inappellabile, anche se non ne deriva che il vino sia obiettivamente cattivo, ma solo che non incontra il mio gusto personale.

 

Allora tutto il sapere dei sommeliers e degli enogastronomi non serve a nulla? Certamente non possiamo affermarlo, ma è solo un insieme di indicazioni, di suggerimenti per educare il nostro gusto e come tale va preso, non come un giudizio inappellabile, ma come punto di riferimento.

 

Infatti, e questo distingue il giudizio di gusto da un puro giudizio estetico, il primo nasce da mille fattori: quelli legati alla storia personale (come avrebbero potuto non piacere le madeleines a Proust?), fino a fattori dipendenti dal metabolismo, o da semplici abitudini alimentari, visto che il gusto umano è estremamente plastico ed educabile.

 

Cercando di seguire le indicazioni dei buongustai, faremo dunque un’opera di formazione del nostro gusto, che tuttavia resterà sempre il criterio di giudizio fondamentale per quanto ci riguarda personalmente.

 

Questa educazione del gusto ci porterà a saper cogliere mille sfumature nel sapore  di un vino o di un alimento, mille piaceri che non sono quelli del semplice soddisfacimento di un bisogno fisico o dell’ingordigia, propria del grande mangiatore o del bevitore pantagruelico.

 

Questa operazione avrà quindi squisitamente (mai aggettivo fu più appropriato!) un carattere  di approfondimento culturale, esattamente come lo studio filologico del Petrarca, che mi aiuta a coglierne tutte le raffinatezze e le bellezze, ma non mi obbliga ad amarlo; il giudizio definitivo sarà solo il famoso “mi piace” che testimonia che sento una consonanza spirituale col Poeta; così sarà se, assaggiando un vino dirò la famosa frase: ”mi piace.

 

Certamente per il vino o il cibo potrò, anzi dovrò, ascoltare tutti i raffinati giudizi degli intenditori e seguendoli forse riuscirò a scoprirne ricchezze impensate, ma il giudizio definitivo è ancora quello del mio gusto personale, pur adeguatamente educato.

 

Ed ora passiamo al vero protagonista dell’arte del vino: qual è la capacità distintiva dell’artista del vino? Come e più dello scultore, che deve saper scegliere il blocco di marmo adeguato, nel suo caso è innanzi tutto saper scegliere il vitigno adatto al terreno e portarlo a produzione nella maniera ottimale (è stato ripetuto mille volte che il buon vino nasce in vigna), poi interpretarne,nella vinificazione le potenzialità,  così da produrre il miglior vino.

 

Ancora una volta il concetto del “meglio” è un concetto statistico perché ci sarà sempre chi dirà “a me non piace”; comunque è un dato misurabile.

 

Ad esempio a me i vini in barrique non piacciono, ciò non toglie che possa ammettere che raccolgono i favori del mercato e che possa rendermi conto se un prodotto, per quanto”barricato”, ha un gusto equilibrato o no.

 

Ben diverso il caso di un vino che mi soddisfi pienamente: in questo caso ci sarà una specie di colpo di fulmine, tra me e quel vino che soddisfa pienamente i miei gusti e le mie caratteristiche fisiologiche, sicché, consumato in maniera equilibrata, esso sarà per me vero piacere liquido.

Gianluigi Pagano

L’Umanità e il vino

 

Nei confronti del vino l’umanità ha sempre tenuto un atteggiamento ambivalente: da un lato lodandolo con entusiasmo, in quanto rende l’uomo eloquente, toglie le inibizioni, stimola il sentimento d’amore, della socialità e dell’amicizia, dall’altro condannandolo come qualcosa di socialmente pericoloso, perché fa perdere il freno della razionalità e ci può portare anche ad atteggiamenti sconvenienti o ridicoli, come nel famoso passo del Genesi in cui si racconta che Noè “piantò una vite, ne bevve il vino, s’inebriò e dormiva ignudo in mezzo alla sua tenda” (Gen. 9,20 – 21).

 

Il connotato principale del vino sembra essere la sacralità, la quale per un verso ci attira, perché ci permette di raggiungere un livello di esperienza superiore, dall’altro ci atterrisce, proprio perché ci sottrae alla normalità.

Ma vediamo come storicamente si è svolto il difficile (ma piacevole) rapporto uomo – vino.

 

La Bibbia riserva al vino un certo rispetto: ” e il vino rallegri il cuore dell’uomo “(Salmi 103, 15). Lo stesso Ecclesiaste, che non ha certo una visione gaudente della vita, dice: ” Bevi con cuore allegro il tuo vino, ché Dio ha già gradito le opere tue ” (Eccl. 9°, 7) ed ancora

“risolvetti in cuor mio di soddisfare col vino il mio corpo, guidando con sapienza la mente” (Eccl. 2° – 9), dove si vede che va bene il vino, ma con moderazione!

 

Ma forse il più bel canto d’amore (anche) per il vino è il Cantico dei Cantici.

“ Mi siano i tuoi seni come i grappoli della vite,
il profumo del tuo respiro come quello dei cedri
e il tuo palato come ottimo vino
che scenda dritto alla mia bocca
e fluisca sulle labbra e sui denti.
(Cantico dei Cantici 7,9 – 10)

 

Quanto al Cristianesimo, vediamo che il primo miracolo di Gesù fu quello di Cana, in cui non solo Egli mostra di approvare l’uso del vino, ma addirittura si rivela ottimo sommelier, in quanto, come nota il Maestro di tavola, serve “per ultimo il vino migliore, non quello peggiore come fanno tutti”.

 

Infine ricordiamo che Cristo parla spesso della vite, paragonandosi addirittura ad essa (“Io sono la vera vite, il Padre mio l’agricoltore” – Giov. 15, 1) e nell’ultimo miracolo, l’Eucaristia, che chiude il cerchio richiamando il primo, prende proprio il vino per simboleggiare e il Suo Sangue e trasformarlo in Esso.

 

Se poi veniamo alla cultura classica, vediamo che essa teneva in onore ancora maggiore il prodotto dell’uva, anzi aveva addirittura un Dio del vino: Dioniso = Bacco, che aveva insegnato direttamente agli uomini l’uso della vite e la trasformazione dei grappoli in vino (un Prometeo a rovescio, dunque, perché mentre il primo è costretto a rubare il fuoco agli Dei per darlo agli uomini, nel caso di Dioniso è la stessa divinità che regala agli uomini il vino per donare loro la forza). Ricordiamo a questo proposito i famosi versi di Alceo:

 

” Il figlio di Semele e di Zeus diede agli uomini

  il vino, oblio degli affanni. E tu versa due parti con una

  E riempi fino all’orlo: e una coppa scacci l’altra.”

 

a cui risponde Orazio:

 

 ” ora cacciate col vino gli affanni “ (Odi I, 7, 31).

 

Anche i filosofi trattano positivamente il vino: Platone ad esempio afferma che esso rivela la vera indole dell’uomo ed è un’occasione per saggiarne la resistenza alla follia “per esperire prova facile e del tutto innocua, allo scopo di procedere ad esercitazione, potremmo noi annoverare prova dilettevole più adatta di quella che il vino e i divertimenti congiunti possono fornire? “ (Leggi I, 649 b).

Quanto ad Aristotele, da vero scienziato, enumera accuratamente tutti gli effetti del vino, graduandoli secondo le quantità ingerite (Problema XXX).

Infine il grande naturalista Plinio nel I sec. d.C. affermava “Il vino ravviva le forze, il sangue, il calore degli uomini. Un poco di vino fa bene ai nervi, ricrea lo stomaco, eccita l’appetito, riscalda, raddolcisce le tristezze e gli affanni, è diuretico, concilia il sonno e arresta i vomiti “.

 

Dunque nella Civiltà classica il vino era ben accetto tanto che i legionari romani, quando facevano un insediamento nei territori conquistati, impiantavano i vigneti e di insegnavano alle popolazioni indigene la tecnica della viti-enologia. In questo modo la coltivazione della vite si diffuse in Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna e nord Africa.

 

Se poi veniamo al Medio Evo, vediamo che è proprio grazie ai monasteri e poi ai Missionari che la coltivazione della vite e la successiva vinificazione si diffuse in tutto il mondo. Infatti essi avevano bisogno del vino per la celebrazione della messa e quindi dovevano produrlo in loco. Poi, ormai che c’era……

 

Quindi anche noi seguendo il loro esempio, ed anche l’invito di Alceo e di Orazio, beviamo lietamente, pur con attenzione a non superare i nostri limiti, per non trovarci … a dormire ignudi come il buon Noè !

 

By   Gianluigi Pagano

 

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1 reply

  1. Caviamocelo dalla testa una volta per tutte: naturale è l’uva, e se la schiacciamo, naturalmente nasce dell’aceto, non il vino………..ok ma facciamo un ragionamento terra terra … il vino è un prodotto reversibile ovvero può diventare aceto … l’aceto è un prodotto irreversibile al limite con aceto si può fare una grappa scadente … … se schiacciamo l’uva ne viene fuori del mosto con tutti i fermenti possibili ed immaginabili messo in botte a sedimentare viene fuori il vino… tutto qui perdonatemi ma evidentemente chi ha fatto simile affermazione per me non era sobrio….

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