L’impresa garibaldina alla base della cucina Italiana unitaria


L’impresa garibaldina alla base della cucina Italiana unitaria

John Dickie uno dei più geniali osservatori dei costumi italiani nella sua più recente opera: ”Con Gusto – Storia degli Italiani a Tavola”, dice giustamente, con la tipica ironia anglosassone inglese: ”Si dice spesso che oggi le uniche cose che suscitano l’orgoglio nazionale degli Italiani siano il cibo ed il calcio; nessuno potrebbe mettere in dubbio il ruolo fondamentale che riveste la cucina per l’identità italiana. Eppure durante il Risorgimento, cioè durante il periodo che ha visto la nascita della nazione italiana, quello che colpisce è la totale assenza di orgoglio nazionale tra i fornelli …. Durante il Risorgimento, i insomma, patria e palato non riuscirono a stabilire un legame: la brama di simboli patriottici non andava di pari passo con una fama di cibi che simboleggiassero l’Italia”.

Effettivamente in quel periodo non esiste un concetto di Cucina Italiana e non si può neppure parlare di cucine regionali o dei vari Stati allora esistenti, in quanto ad esempio la cucina Siciliana e quella Napoletana erano assolutamente estranee, pur facendo parte dell’unico Regno delle Due Sicilie, come la tradizione Veneta e quella Lombarda erano assolutamente eterogenee, per non parlare poi di quella Bolognese, rispetto a quella delle altre città appartenenti allo Stato della Chiesa. Si può parlare al massimo di cucine del Campanile.

Dati gli scarsi contatti al di fuori del proprio territorio, ciascuno rimaneva strettamente fedele alle tradizioni culinarie della propria terra, così come si erano sviluppate, seguendo le vocazioni del territorio, ma anche le vicende storiche che avevano influenzato in maniera diversa città che magari distavano solo pochi chilometri.

La prima occasione in cui cittadini di tutte le zone d’Italia entrarono stabilmente in contatto fra loro furono le campagne di guerra garibaldine e particolarmente l’Impresa dei Mille.

In tali occasioni uomini di tutte le parti d’Italia mangiarono insieme per mesi,mentre gli ufficiali vennero spesso ospitati e festeggiati con cene in loro onore, nelle case delle famiglie borghesi delle regioni in cui si trovarono a combattere.

Gli scritti garibaldini, dal Diario di Garibaldi, all’opera di Giulio Cesare Abba, che rappresenta una sorta di Commentari dell’epopea garibaldina, poco ci parlano dell’alimentazione, tutti protesi ad un discorso di ideali e di analisi politico-militari, ma possiamo con certezza pensare che vi fossero, da parte dei Garibaldini e delle varie popolazioni con cui essi entrarono in contatto, una serie di interessanti esperienze di nuove proposte gastronomiche.

A questo proposito il prof. Camporesi, nella sua prefazione all’opera dell’Artusi, afferma, riferendosi soprattutto alla diffusione dell’uso del pomodoro: ”la nuova cucina artusiana, nazionale, è debitrice dell’ingresso trionfale del pomodoro a quella che potremmo chiamare cucina risorgimentale, o, meglio ancora, garibaldina: perché dopo l’impresa dei Mille, i pomodori percorsero trionfalmente tutta la Penisola dando nuova polpa e sapore alla eclettica e spersonalizzata cucina romantica, in gran parte tributaria della Francia”.

Dunque l’esperienza garibaldina come crogiuolo non soltanto di fermenti politici rivoluzionari, ma anche come prima esperienza di reciproca conoscenza dei costumi alimentari dei futuri Italiani, in attesa di un Artusi che ponesse le basi di una Cucina Nazionale.

 

Gianluigi Pagano

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