l’Oro Rosso


l’Oro Rosso

Se non ci fosse il pomodoro, il mondo – il mio, il vostro e quello di altri 6 miliardi di esseri umani – sarebbe sicuramente diverso.Almeno a tavola. Spesso mi trovo a pensare ai nostri progenitori che per lunghi millenni, almeno fino a un paio di secoli fa, hanno trascinato le loro eroiche esistenze senza la consolazione di un piatto di spaghetti al pomodoro o di una bruschetta. E allora il mio pensiero si volge agli ignoti “conquistadores” spagnoli che cinque secoli fa sterminarono gli indios americani, distrussero civiltà, fecero scempio di cultura, dispersero documenti importantissimi e fecero il possibile per annichilire un mondo che, in quanto diverso e sconosciuto, faceva a loro paura. Questi criminali ignoranti, assetati d’oro e ricchezze, resi ciechi da una presunta supremazia religiosa sbandierata con la ribalda fierezza (ahimè quante volte all’urlo di “dio lo vuole, gott mit uns, allah ahkbar” Dio è stato strumentalizzato come mandante di assassini, stermini, genocidi…), ebbero almeno un merito: quello di portare in Europa – assieme alla patata, al tacchino, al peperone, al mais e a molte altre cose che hanno cambiato il nostro modo di alimentarci – anche i primi semi di pomodoro.
La chiameranno Pomo d’oro soprattutto per la sua rotondità, non certo per il colore, che è dorato solo quando è acerbo. La diffidenza degli “scienziati” di allora lo fa includere tra le curiosità botaniche e ne sconsiglia l’uso alimentare (come avveniva anche per la patata) sostenendo la tossicità del suo frutto. Solo alla meta’ del ‘600 un botanico lo definisce “piu’ presto bello che bono… desiderato e fritto nella padella accompagnato con succo d’agresto”. E questo era proprio il modo usato dagli indios per servirsene in cucina. Ma il primo nome europeo è Pomo dei Mori (perché le prime piantagioni furono fatte in Marocco) o Pomme d’amour (per le sue presunte qualità afrodisiache). Alla faccia delle tesi pseudo tossicologiche degli scienziati del ‘600, il succo giallognolo di quel frutto tondeggiante veniva raccolto in tazza e sorseggiato avidamente dai vecchi gentiluomini raggrinziti, convinti di riacquisire d’incanto la loro ormai perduta energia amatoria. Alle fanciulle se ne nascondeva finanche l’esistenza. Nel ‘500 le prove di commestibilità vennero fatte principalmente sulle foglie (casualmente la parte più ricca di solanina!). Se anziché dedicarsi solo alle foglie i “sapientoni” dell’epoca avessero colto i pomidoro (non è un errore tipografico: pomo d’oro fa al plurale pomi d’oro!!!) completamente rossi, non avrebbero riscontrato alcun effetto biasimevole per l’essere umano. La solanina infatti svanisce al sole e i suoi effetti vengono annullati dalla frittura. L’uso di consumare pomidoro verdi o immaturi – quelli che io definisco color-gengiva-di-bambino – in insalata è pericoloso per la salute oltre che sciocco. Frutta e verdure danno il massimo in salute e gusto solo quando hanno raggiunto il maggior punto di maturazione. L’ingresso del pomodoro sulle nostre tavole avvenne dunque con difficoltà e lentamente. In Campania – dove e’ tradizionalmente il vegetale piu’ noto – se ne hanno tracce solo nel 1765 nel “Cuoco Galante” di Vincenzo Corrado. La prima citazione in un menù di corte si ha sulla tavola di Napoleone III attorno al 1870.
Dal punto di vista agronomico, il pomodoro importato d’oltreoceano si trovo’ benone in Europa e in Nord d’Africa e si diffuse allegramente sulle sponde del Mediterraneo tanto da divenire, nelle sue infinite forme e varieta’ stagionali, il cibo e il condimento fondamentali di interi popoli. La ricerca agronomica, sempre attenta a cogliere le opportunità di business, si è impegnata nel creare varietà precoci, tardive, con frutti resistenti alle malattie e adatti alla raccolta meccanica e anche varietà che producono frutti tutti uguali e dello stesso colore. E sono nati i pomidoro geneticamente modificati. Gli OGM non appartengono alla mia logica e mi ripugna l’idea che qualcuno si adoperi per modificare qualsiasi forma vivente del pianeta, vegetale o animale che sia: se il Buon Dio ha fatto i pomidoro, le fragole, le zucchine o i polli così come sono, avrà pure avuto le sue brave ragioni… No! Arrivano loro, gli scienziati della genetica spinta, i “conquistadores” del dienneà, creatori di mostri vegetali e animali! Pagati profumatamente dalle stesse industrie che affamano i contadini di mezzo mondo e che avvelenano i campi dell’altra metà, questi “testoni” (meno in buonafede dei propri colleghi del ‘600 e disposti a giurare che anche il loro “dio lo vuole”), millantano la falsa speranza di cancellare la fame dal mondo minando il nostro futuro e quello del Pianeta! Alla faccia del nostro senso del gusto e del giusto, nelle serre dell’Europa del nord i pomidoro nascono senza più alcun contatto con la terra, maturando in luce artificiale. E il bello è che questi insulsi pomidoro (perlopiù chiamati “da riso” e importati dall’Olanda e dal Belgio) hanno invaso bancarelle e supermercati di tutt’Italia: tutti rotondi, tutti uguali l’uno all’altro. Durano sugli scaffali anche 20 giorni senza raggrinzire, senza ammaccarsi, senza vergognarsi… Beh, chiamiamoli col loro nome: “pomo-tori”! Fanno bella mostra di se in consolatori imballi di plastica (similia cum similibus…) che danno loro quel tocco prezioso e rassicurante dell’igienica perfezione, ma di pomidoro hanno solo il nome; quanto al sapore, ricordano più un bicchiere di acqua distillata che un frutto fresco e maturato al sole e al caldo. Domanda legittima e spontanea: perché gli olandesi (ma non solo loro…) non usano le loro serre per produrre splendidi fiori e piante ornamentali come hanno sempre fatto? A me del pomodoro fresco a Natale non è mai importato né punto né poco: il pomodoro è un ortaggio estivo e per gustarne l’autentico sapore, il periodo ideale è proprio questo: da fine giugno a tutto settembre

 

 

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Categorie:By Emanuele Esposito

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