Sua maestà il Barolo


Dopo il lungo periodo estivo e la parentesi legata alla vendemmia e alla vinificazione finalmente parliamo di un grande vino rosso: sua maestà il Barolo che ha ricevuto il riconoscimento della denominazione di origine controllata nel 1966 e la DOCG nel 1980.

Il Barolo è un vino che per me, e tanti altri piemontesi e non, rappresenta una delle massime espressioni dell’enologia italiana. Il suo nome mi fa subito pensare ai paesaggi delle colline delle Langhe avvolte da una leggera nebbiolina autunnale dalla quale, secondo alcuni, deriverebbe il nome del suo vitigno, il Nebbiolo i cui acini sono avvolti da abbondante pruina che ricorda la brina; secondo altri, invece, il suo nome sarebbe correlato alla tardiva maturazione di tale uva che costringe a vendemmiare nel periodo delle nebbie autunnali. Il Nebbiolo è profondamente legato al territorio delle Langhe e del Piemonte in generale anche se riesce ad offrire prodotti eccellenti anche in Lombardia e Valle d’Aosta. Il suo grappolo ha una caratteristica forma piramidale e pretende situazioni pedoclimatiche ottimali; in Langa presenta il ciclo vegetativo e colturale più ampio: è il primo a germogliare e l’ultimo a lasciare cadere le foglie.

I primi riferimenti sicuri del nome Nebbiolo si hanno a Rivoli nel 1268, poi nel 1303 Pier de Crescenzi lo cita con il nome di “nebiolum” e contestualmente nel Roero Bayamondo da Canale in un contratto d’affitto dichiara di volere, tra le altre cose, “carata una de puro vino Nebiolo”. Più tardi, negli Statuti di La Morra redatti alla fine del 1400, il vitigno è citato relativamente al sistema di allevamento delle viti. La produzione “moderna” del Barolo inizia nei primi decenni del 1800 anche se la denominazione “barolo” figura già nel 1730 in un carteggio tra mercanti inglesi, l’ambasciatore a Londra dei Savoia e gli intendenti piemontesi. In questa data fu la Marchesa di Barolo, Giulia Falletti, a dare impulso determinante alla produzione del nebbiolo come vino secco, facendolo alla “moda dei vini di Bordeaux”. Il contributo del conte Odart, celebre enologo francese dell’epoca, chiamato da Camillo Benso conte di Cavour, fu determinante e portò risultati entusiasmanti e il vino ottenuto venne battezzato con il nome della residenza della marchesa. Anche i Savoia si innamorarono di questo vino tanto da acquistare una tenuta a Verduno ed una a Pollenzo, dando incarico al generale Stalieno di curare i vigneti e dedicarsi alla vinificazione del Barolo per la Casa Reale. Lorenzo Fantini, nella sua monografia sulla viticoltura ed enologia della provincia di Cuneo, un secolo fa scriveva “… il carattere principale di questo vino è il bouquet che lo distingue da tutti gli altri, quindi la sua potenza alcolica, la quantità di acidi che lo rendono eminentemente conservativo e atto all’esportazione…”. Dallo stretto legame fra le caratteristiche intrinseche del vino e i gusti nobiliari del XIX secolo è nato il detto “il re dei vini, il vino dei re”.

Il Barolo si ottiene da tre sottovarietà di uve nebbiolo, Lampia, Michet e Rosé piantate sui migliori versanti di 11 comuni: Barolo, Castiglione Falletto, Cherasco, Diano d’Alba, Grinzane Cavour, La Morra, Monforte d’Alba, Novello, Roddi, Serralunga d’Alba e Verduno.

I terreni più antichi sono situati a sud-est (Serralunga, Monforte) e producono vini molto strutturati, molto tannici e da invecchiamento; mentre i terreni più giovani si trovano nella parte più a nord (La Morra, Grinzane) e danno vita a vini meno strutturati con tannini più morbidi e sono più pronti ad essere bevuti.

La superficie vitata è di circa 1200 ettari e la resa massima non deve essere superiore a 80 q/ha, equivalenti a 52 ettolitri e a 6933 bottiglie di vino. Il vino deve essere sottoposto a un periodo di invecchiamento di almeno tre anni e conservato per almeno due anni di detto periodo in botti di rovere o di castagno; il periodo di invecchiamento decorre dal l° gennaio successivo all’annata di produzione delle uve. Il Barolo sottoposto a un periodo di invecchiamento non inferiore a cinque anni può portare come specificazione aggiuntiva in etichetta la dizione “riserva”.
La denominazione “Barolo Chinato” è consentita per i vini aromatizzati preparati utilizzando come base vino “Barolo docg” senza aggiunta di mosti o vini non aventi diritto a tale denominazione e con un’aromatizzazione tale da consentire, secondo le norme vigenti, il riferimento nella denominazione alla china. Come componenti comuni a tutte le ricette è previsto l’uso di china calissaia, cannella, chiodi di garofano e altre spezie aromatizzanti, tra cui il cardamono.

Le principali caratteristiche organolettiche sono:

Bellissimo colore rosso granato intenso in cui traspaiono sfumature rubino, che con il passare degli anni tendono verso l’aranciato. Il bouquet è ampio, complesso ed avvolgente con aromi floreali di rosa e viola appassite, fruttati di lamponi e delle fragoline di bosco, poi di marmellate, confetture e noci moscata, che nel tempo si arricchiscono di sentori di funghi secchi, pepe nero, tartufo, terra bagnata, liquirizia, tabacco, cuoio affumicato e goudron, e, in quelli di concezione più moderna, sentori balsamici e cioccolato. Le grandi morbidezze, sapidità e tannicità, rendono questo vino robusto ed austero con note di freschezza ancora percettibili dopo molti anni di affinamento, che contribuiscono a garantire al vino una grande longevità. Infine sono di notevole rilievo l’equilibrio, la lunga persistenza gusto-olfattiva e la meravigliosa armonia, che rendono ancora più semplice ricordare a lungo questo grande vino.

Si sposa alla perfezione con piatti di carne rossa della cucina nazionale ed internazionale, con selvaggina, cacciagione, brasati, piatti tartufati e formaggi a pasta dura stagionati come il Castelmagno. È anche un grande vino da meditazione.

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Categorie:"Vino e dintorni" By Andrea De Agostini

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