Siamo tutti aborigeni


Chiunque sia interessato al cibo, ed all’interazione fra quello che mangiamo, la salute dell’uomo e la salute del nostro pianeta,  dovrebbe leggere il libro di Micheal Pollan “In difesa del cibo” da cui traggo le parole che leggerete qui sotto.

Nell’estate del 1982, dieci aborigeni australiani, persone di mezza età, sovrappeso e sofferenti di diabete, che vivevano nei villaggi vicino a Derby, nell’Australia occidentale, accettarono di partecipare ad un esperimento. Si trattava di vedere se il temporaneo ritorno a uno stile di vita tradizionale, che era stato abbandonato in seguito al processo di occidentalizzazione, avrebbe potuto far regredire quelle patologie.

In effetti, da quando alcuni anni prima avevano lasciato il bush , le terre disabitate e coperte di boscaglia dell’entroterra, avevano tutti sviluppato un diabete di tipo 2. Mostravano anche segni di resistenza all’insulina e un tasso elevato di trigliceridi nel sangue (un fattore di rischio cardiovascolare). “Sindrome metabolica” o “sindrome X”, è il termine medico per i problemi di salute di cui soffrivano gli aborigeni. Una alimentazione ricca di carboidrati raffinati, associata ad una vita sedentaria, aveva alterato tutto il loro sistema di regolazione del metabolismo glucidico e lipidico (un sistema complesso regolato dall’insulina e ancora conosciuto in modo imperfetto). La sindrome metabolica è implicata non solo nello sviluppo del diabete di tipo 2, ma anche nell’obesità, nell’ipertensione, nelle malattie cardiache, e forse in alcuni tipi di cancro. Secondo alcuni studiosi, questa sindrome sarebbe all’origine di numerose “malattie della civiltà” che seguono tipicamente l’adozione da parte di una popolazione indigena di abitudini occidentali, con tutti i cambiamenti alimentari che questo implica.

I dieci aborigeni fecero ritorno alla loro terra di origine, una regione isolata nel nord-ovest dell’Australia, a più di un giorno di fuoristrada dalla città più vicina.

Dal momento in cui si lasciarono la civiltà alle spalle, questi uomini e queste donne non ebbero più accesso a cibi e bevande venduti nei negozi. Potevano contare su ciò che avrebbero cacciato e raccolto loro stessi. (Anche quando vivevano in città, di tanto in tanto andavano a caccia del loro cibo tradizionale, e quindi avevano conservato questa abilità). Kerin O’Dea, la studiosa che aveva ideato l’esperimento, li accompagnò per controllare i loro consumi alimentari e il loro stato di salute.

L’esperimento durò sette settimane. In questo periodo gli aborigeni vissero in ambienti con caratteristiche diverse. Lungo la costa, mangiavano principalmente frutti di mare, integrando talvolta la dieta con carne di canguro e di uccelli e con le grasse larve xilofaghe di un lepidottero (la Endoxyla leucomochla) comuni nelle radici di acacia. Dopo due settimane, sperando di trovare una maggiore abbondanza di cibi vegetali, il gruppo si spostò all’interno, stabilendosi lungo la riva di un fiume. La loro alimentazione, altre a pesci d’acqua dolce e molluschi, includeva ora tartarughe, coccodrilli, uccelli, canguri, igname, fichi e miele selvatico. Il contrasto tra questa dieta da cacciatori-raccoglitori e le loro precedenti abitudini alimentari era totale. Kerin O’Dea riferisce che in città “le loro alimentazione era soprattutto a base di farinacei, zucchero, riso, bevande gassate, alcolici (in genere birra e porto), latte in polvere, carne grassa a poco prezzo, patate, cipolle, e varie aggiunte di frutta fresca e ortaggi”. Una variante locale dell’alimentazione occidentale.

Alla fine dell’esperimento, la ricercatrice fece loro un’analisi del sangue e constatò che il loro stato di salute era nettamente migliorato. Avevano tutti perso peso (in media otto chili): la pressione era scesa, i trigliceridi erano tornati alla normalità e i livelli di omega-3 nei loro tessuti erano notevolmente aumentati. “In sintesi,” concludeva Kerin “in un gruppo di aborigeni diabetici tornati per un periodo relativamente breve (sette settimane) al modo di vita tradizionale dei cacciatori raccoglitori, tutte le alterazioni metaboliche del diabete di tipo 2 risultavano molto migliorate (tolleranza al glucosio, sensibilità all’insulina) o completamente normalizzate (lipidi plasmatici).

Siamo tutti aborigeni perchè nessuno di noi ha il DNA adatto ad una alimentazione “industriale”. Siamo tutti aborigeni perchè nessuno di noi può vivere bene se non si muove. Siamo tutti aborigeni perchè nessuno di noi può essere in equilibrio con se stesso se non interagisce con la natura selvaggia.

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Categorie:by Marco Medaglia

2 replies

  1. Siamo tutti aborigeni anche perchè ci siamo tutti discostati dalle nostre diete etniche, questo tipo di studi sono stati condotti su vari gruppi etnici, non solo gli aborigeni, che completamente estrani al mangiare occidentale hanno accusato più di tutti il colpo (penso anche agli indiani Pima). In realtà il problema è che dopo la scoperta dell’agricoltura l’uomo ha iniziato ad accusare una serie di problematiche legate all’eccessivo consumo di cereali e latticini, e la tesi di Loren Cordain, fautore della Paleo dieta (http://it.wikipedia.org/wiki/Paleodieta). Disturbi alimentari e malattie sono il frutto della scoperta dell’agricoltura, a peggiorarli l’eccessiva raffinazione odierna dei cibi industriali…

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